Perfino il Pd governativo esita a sottoscrivere il “no” di Cgil

Possiamo dire che è concluso il periodo concertativo di antica data, ravvivato dalla Confindustria sotto la presidenza di Emma Marcegaglia, che nel 2010 aveva promosso una convergenza delle parti sociali contro il governo, avvicinandosi alle posizioni della Cgil e rompendo con un Sergio Marchionne in uscita. Adesso il governo ha messo sul piatto due miliardi che gli imprenditori non avrebbero di certo potuto rifiutare, o almeno non Confindustria perché non sarebbe risucita a giustificare un rifiuto di un contributo dello stato di fronte ai suoi associati e ai piccoli imprenditori. di Giuliano Cazzola
23 NOV 12
Ultimo aggiornamento: 07:15 | 19 AGO 20
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Possiamo dire che è concluso il periodo concertativo di antica data, ravvivato dalla Confindustria sotto la presidenza di Emma Marcegaglia, che nel 2010 aveva promosso una convergenza delle parti sociali contro il governo, avvicinandosi alle posizioni della Cgil e rompendo con un Sergio Marchionne in uscita. Adesso il governo ha messo sul piatto due miliardi che gli imprenditori non avrebbero di certo potuto rifiutare, o almeno non Confindustria perché non sarebbe risucita a giustificare un rifiuto di un contributo dello stato di fronte ai suoi associati e ai piccoli imprenditori. Con l’aria che tira finanziare una detassazione dello stipendio non solo per tutti gli operai ma anche per buona parte degli impiegati è un modo facile per migliorare salari gravemente alleggeriti. Questo in cambio di contropartite in produttività che solo un contratto aziendale può garantire: è sempre più evidente che nel contratto nazionale non c’è uno scambio tra lavoratore e datore di lavoro, mentre in un contratto aziendale questo scambio è invece possibile.
Ebbene, se durante le prime fasi della trattativa, le parti padronali (Confindustria, Abi, Ania, Rete Imprese, Lega Coop) avevano delle visioni diverse su come usare il denaro, e in sostanza per questo motivo hanno ritardato la conclusione dell’accordo di almeno un mese, una volta appianate le divergenze non avevano più giustificazioni plausibili per non accettare l’offerta di Monti. Tant’è che l’accordo è stato fatto solo con chi ci è stato, dal momento che il governo ha dato un consistente incentivo affinché si procedesse in ogni caso. Questa Cgil sembra tornata alle posizioni più massimaliste: la frenata è arrivata sopra tutto sulle deroghe al contratto nazionale, il vero cardine dell’accordo sulla produttività. Quindi, nel momento in cui bisognava fare il salto verso la contrattazione sui luoghi di lavoro la Cgil si è irrigidita ed è diventata inamovibile. Anche Confindustria ha dovuto dire: “Cara Cgil, non possiamo morire per te”. Quella del governo, in questo senso, è stata una mossa importante sul piano delle relazioni industriali perché in sostanza ha rotto il “patto” del 2010 con la Marcegaglia, e che anche l’attuale presidente, Giorgio Squinzi, ha cercato di garantire in un’ottica concertativa. Il governo tecnico si è in sostanza concentrato su quanto raccomandato dalla Banca centrale europea nella famosa lettera dell’estate 2011: dare maggiore risalto alla contrattazione aziendale.
Per questo una delle grandi novità dell’accordo di mercoledì è che il governo guidato da Monti ha tirato dritto. Ed è un salto di qualità perché se andiamo a vedere il primo contatto che il governo ha avuto con la Cgil, mi riferisco alla legge Fornero dalla quale è nato uno scontro sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il governo modificò l’intesa iniziale piegandosi un po’ al veto sindacale, con un finale triste quando fu sostenuto dalle scelte demagogiche dei partiti di centro e di sinistra. Tant’è che presentò un disegno di legge – non un decreto – per venire incontro alla Cgil. Questa volta invece l’ha esclusa, con “molto rammarico”, ma decisamente, pur di chiudere.
La seconda importante novità, dal mio punto di vista, è che non c’è stata quella solidarietà che ci si poteva aspettare da parte del Partito democratico. In altri tempi avrebbe sollevato le barricate a difesa della Cgil che è rimasta fuori dall’accordo. Questo non è successo. Oggi in Aula, ad esempio, è stato il segretario dell’Udc a prendere posizione dicendosi dispiaciuto che la Cgil non abbia firmato pur dando atto al governo e alle parti sociali di avere agito nella direzione giusta. Forse in silenzio il Pd sta abbandonando le simpatie che aveva per Susanna Camusso. E il motivo è semplice: pensare di andare al governo con un azionista di riferimento come la Cgil vuol dire avere le mani legate perché si tratta di un interlocutore che solitamente si trova a sconfessare degli accordi (vedi il recente contratto dei chimici) che si vanno a costruire (a fatica) e che si dovranno fare anche in futuro.
Non si può comunque dire che il Pd si sia affrancato dalla Cgil ma è pur vero che il partito, o meglio i suoi esponenti di spicco (il segretario Pier Luigi Bersani) o i tecnici (il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina) ammorbidiscono posizioni prima intransigenti. Per Bersani l’accordo è un “passo avanti” ma serve un’intesa “più completa”. Fassina dice che si aprono degli spazi utili per la contrattazione aziendale e auspica, allo stesso tempo, una convergenza tra le parti sociali in futuro rimarcando il fatto che il problema avanzato dalla Cgil sull’applicazione del protocollo del 28 giugno è “serio” e “ineludibile” per il governo, anche se quella del tavolo per la produttività non era la sede dove il tema poteva essere discusso e risolto. Insomma non vedo più da parte del Pd una difesa di petto della Camusso. Penso che un’alleanza stretta potrebbe creare dei problemi in caso di vittoria elettorale.
di Giuliano Cazzola